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I migranti sulla rotta balcanica

"La vita umana ha più valore di ogni altra cosa".
Migranti sulla rotta balcanica: la testimonianza del volontario Michele Turzi
Era il 2016 quando, in seguito a un accordo tra Unione Europea e Turchia, i confini della rotta balcanica sono stati serrati. In pochi giorni centinaia di profughi provenienti principalmente da Siria, Afghanistan e Iraq si sono trovati nel limbo che separa l’essere umano dall’invisibilità.
La rotta balcanica era la via principale per raggiungere l’Europa, a partire dalla Grecia fino alla Slovenia e all’Austria; era una delle poche possibilità per milioni di profughi di salvarsi da conflitti e violenze.
Dopo la chiusura dei confini, più di 100 mila persone sono state costrette a un’interminabile attesa nei campi profughi creati lungo il percorso. La sopravvivenza dei rifugiati dipende dall’intervento di volontari provenienti da quasi tutto il mondo, che forniscono incessantemente cure mediche, cibo, ma, soprattutto, calore umano.
Michele Turzi, il venticinquenne mantovano, è uno di loro. Dopo aver conseguito il diploma al Liceo Virgilio, una laurea in Studi Internazionali e due master tra Bruxelles e Granada, infatti, il giovane è partito come volontario verso la Bosnia ed Erzegovina. Qui, a Bihać, una cittadina al confine con la Croazia, si trova il grande campo profughi di Bira, gestito dall’Organizzazione Internazionale per le migrazioni.
Sabato 6 febbraio 2021, in collegamento dalla sua abitazione di Bruxelles, Michele ha incontrato, durante l’ora di religione con la prof.ssa Passeri, la classe 3B e la classe 4C del Liceo Virgilio di Mantova e ha raccontato la sua esperienza di volontario, appena interrotta a causa della pandemia. Ha descritto le condizioni dei rifugiati a Bira, che vivono nella struttura di una vecchia fabbrica, affollando le tende che non sono sufficienti per contenerli. Al dolore del ricordo, però, ha unito la speranza: l’associazione a cui partecipava ha garantito la costruzione di  “Social Café Bira”, uno spazio nel campo di ascolto e ritrovo, in cui i rifugiati posso essere ascoltati, ricevere cibo e calore.
In seguito, Michele ha parlato di come tra il 2019 e il 2020 la situazione sia grandemente peggiorata. Infatti, lo spazio a Bira si è rivelato insufficiente per ospitare i profughi ed è stato necessario costruire un nuovo campo, Lipa. Qui le condizioni di vita sono sfavorevoli: le tende sono poche e fragili, lo stabilimento è lontano dalle città e non facilmente raggiungibile.
Nonostante gli interventi umanitari, nell’autunno tra 2020 e 2021, alcune tende hanno preso fuoco e i rifugiati sono rimasti sulla neve senza alcun riparo. La situazione permane ormai da mesi e, nonostante le strazianti immagini di persone immerse nel gelo abbiano fatto il giro del mondo, nessuna ha ancora agito. Ecco che, sottolinea Michele, la dignità umana viene annientata dall’indifferenza e i diritti fondamentali vengono negati a chi è fuggito per cercarli.
Egli conclude il suo intervento con la domanda: “Cosa possiamo fare?”.
Le parole del volontario sono necessarie per aprire i nostri occhi sulla crudeltà di chi rimane indifferente di fronte alle ingiustizie. La speranza è riposta proprio nei giovani come Michele, che si adoperano per la salvezza di preziose vite umane.

Emma Dall’Oca 3B

 

 

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